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A la guerre comme a la guerre
Data articolo: 08/02/2010 23.32.00
A la guerre comme a la guerre

Il diverso, l'opposto, il contraddittorio, l'altro son parole d'umano concetto. Hanno alla base la relazione sociale, di conflitto magari, ma cosa c'è di più umano del conflitto?

Le storie sacre narrano il principio con un conflitto, con la sfida e la disobbedienza. Da Gilgamesh alla Bibbia, dall'Olimpo al Walalla, finanche Manitù (meglio Masauh'u) comincia rubando e burlando. Finché c'è conflitto c'è speranza verrebbe da dire, e i conflitti si combattono con le armi del tempo e quelle del luogo.

Chi con mascelle d'asino mena fendenti, chi con frombole lancia sassi, chi strazia con la Durlindane e chi con la Scimitarre, chi tocca di fioretto e chi devasta a cannonate. Ciascuno secondo la sua bisogna e disponibilità. In amore e in guerra, ha detto qualcuno, tutto è lecito.

E in ogni guerra l'arma più venefica e micidiale è quella invisibile, delle quinte colonne, dei falsi amici con stiletti e kriss, veleno nell'anello e forbici sotto il cuscino. L'infedele, il doppiogiochista, la spia prezzolata e il traditore sono, da sempre, marchiati d'infamia dai puristi della guerra inventati dagli aedi d'ogni tempo: i leali cavalieri senza macchia e senza paura.

E invece la fascìna di disonorati, sporcaccioni, lacché e lestofanti che costituiscono il sottobosco di ogni conflitto sono i veri protagonisti, unici ad agire senza ipocrisia: tradiscono, uccidono, diffamano e calunniano per trarne un personale profitto, immediato e senza altre giustificazioni. Non mi appassiona la discussione sull'etica del fosforo bianco sulle popolazioni civili lanciato da “coraggiosi piloti di bombardieri" contrapposta a quella del “criminale terrorista" che si fa esplodere in un mercato della frutta.
 
Forse è interessante solo l'uso propagandistico delle parole, tipiche di chi fa il calunniatore di professione. Infatti qualunque conflitto, piccolo o gigantesco, ha sempre bisogno dell'intrigo, del segreto, della propaganda e dei mestatori ambigui. Chi non li usa è destinato alla sconfitta senza dubbio alcuno, così dice Sun Tzu nel celeberrimo l'Arte della Guerra.

Dobbiamo rinunciare al conflitto, motore di progresso e di innovazione, per evitare il ricatto dei lestofanti? Dobbiamo quindi rassegnarci a bizantinismi e congiure ordite in segrete stanze?

Assistere da ignavi al bombardamento di informazioni così false da sembrare vere e verità impronunciate e impronunciabili significa farci immergere in una sorta di melassa opaca e maleodorante che, impedendo la distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra vero e falso, frantuma le relazioni umane, impedisce il conflitto e, con esso, la cooperazione e la competizione condannando la moltitudine umana ad una vita di tristi solitudini.

A me capita, a volte, di cadere nella tentazione di immaginarsi solitari per proteggersi dalla solitudine, capita di pensarmi chiuso nel mio guscio corazzato, per un momento felice della propria morte sociale.

M'è capitato e, con il mio sigaro, sono andato a San Pancrazio Salentino, in una sezione comunista (è vero!!!). C'era Pino Gennaro che mi aveva invitato, Piero Manni e un sacco di altre persone, radunati per parlare di Ada Merini a cui hanno inteso intitolare la sede. C'è Anna Grazia che la racconta e Angela che ne recita le poesie con tanto (a volte troppo) trasporto e partecipazione. Alda Merini, matta, poetessa innamorata delle persone e infastidita dalla gente, generosa dei suoi averi e del suo corpo, ha attraversato la vita nel conflitto senza mai ricorrere all'intrigo e alla congiura. A volte era sola ma non ha mai ceduto alla tentazione del solitarismo. Bravi, avete fatto bene, in un paese che pensa di intitolare monumenti a personaggi discutibili è buon segno che qualcuno onori la memoria della “poetessa della porta accanto".

Ero li, pensavo a quella telefonata rifiutata da quell'amico che mi manca, da troppo tempo. E però mi ha chiamato Milena, Vittorio, Antonio, Rita, Sergio, Rosario. Non c'è tempo per la solitudine. Anche se quella telefonata non arriva non c'è spazio per il solitarismo. Mi fermo a mangiare una fetta di pane e olio, a bere un bicchiere di vino, roba dei contadini raccolti da Pino. Contadini. Hanno mani grosse dalla pelle ruvida, occhi che, da sempre, sanno cosa fare domani. Son li, con le loro facce abbronzate anche se è febbraio, attratti dalle storie di Alda e dal bisogno di far vedere il frutto del loro lavoro, custodi del tempo e della terra. Son li anche dei giovani, qualificati, hanno le facce pallide e negli occhi un futuro che di domani in domani si consuma, senza avere prodotti del proprio lavoro da mostrare, solo nell'attesa.

Non c'è tempo per arrendersi ai mestatori di torbido, a chi vuole inchiodarci a storie di complotti, di puttane, di dossier e di ingiurie e di veleni.

Si torna al conflitto allora, ciascuno con le proprie armi, secondo il tempo e la bisogna. Io ci sarò, ancora, senza timori, senza attese, con forza e decisione.
Impiccatevi ai vostri dossier, io leggerò la Costituzione e le poesie di Alda Merini.

Pino De Luca

 

 
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Commenti:
Data commento: 09/02/2010 14.02.14
Commento: E chi è disarmato? Deve soccombere?
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