mercoledì 27 ottobre 2010

Partigiani a Trieste nel 1943/45 -di Paolo Geri-

Si da per acquisito il fatto che tra gli arrestati, deportati e giustiziati del maggio 1945 dopo l’ ingresso del IX. Corpus sloveno in città ci furono, oltre che collaborazionisti e militari del regime nazi-fascista, anche appartenenti al ...C.L.N. di Trieste.

 Ricordo che del C.L.N. triestino non faceva parte il Partito Comunista e voglio precisare che quando il C.L.N. di Trieste prese contatto con la dirigenza del C.L.N. Alta Italia - se non sbaglio nell’ estate del 1944 - le direttive di quest’ ultimo furono che nella Venezia Giulia era necessario collaborare con la resistenza jugoslava, come già faceva il Partito comunista. I dirigenti del C.L.N. triestino, però, fra cui militavano anche numerosi anticomunisti, si opposero e preferirono rompere il collegamento col C.L.N.A.I., che a quel punto rimase in contatto col solo Partito comunista. Quindi non fu il Partito Comunista ad uscire dal C.L.N. ma il C.L.N. a staccarsi dal C.L.N.A.I., e se storici come Pupo affermano il contrario, il sospetto è che lo facciano per uno scopo meramente politico, cioè dipingere la resistenza di sinistra (che fu l’ unica vera resistenza armata nella Venezia Giulia) come “asservita” al movimento di liberazione jugoslavo, e quindi colpevole e complice, quantomeno da un punto di vista “morale”, delle “foibe”, che secondo queste interpretazioni più politiche che storiche, avrebbero avuto lo scopo di eliminare chi si opponeva all’ annessione di Trieste alla Jugoslavia.
 


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Il C.L.N. triestino ebbe - a differenza dei C.L.N. di altre città italiane - consistenza numerica assai ridotta e al di là di una attività che fu più di propaganda che di azioni militari contro i nazifascisti si limitò di fatto a scatenare il 30 aprile 1945 una insurrezione con uomini provenienti in gran parte dalla polizia, guardia di finanza e altre formazioni collaborazioniste al solo scopo di impedire che a liberare la città fossero gli “slavocomunisti”.
 Si veda al proposito la testimonianza resa da Ercole Miani  a Diego de Henriquez. Sul numero delle vittime del C.L.N. arrestate e uccise dagli jugoslavi, vittime che in effetti vi furono, tuttavia l’ Associazione Volontari della Libertà che raccoglie gli appartenenti al C.L.N. triestino non ha mai diffuso delle cifre esatte parlando per bocca del suo presidente una volta di diciassette e in un’ altra occasione di “almeno 30” vittime. Siti nazionalisti e parafascisti parlano di “parecchie centinaia”. Le formazioni jugoslave hanno sicuramente arrestato e ucciso due appartenenti al C.L.N. di Gorizia (che aveva collaborato con il Fronte di Liberazione sloveno nelle fasi finali della guerra), un socialista e mi pare un azionista. E’ del tutto inventata invece la notizia secondo la quale sarebbero stati eliminati anche alcuni appartenenti al Partito Comunista Italiano perchè contrari all’ annessione alla Jugoslavia.

 Nel suo volume ”L’ occupazione jugoslava di Trieste” Ennio Maserati - che va ricordato era di idee politiche di destra - dà le seguenti cifre: a Gorizia e Trieste sarebbero state arrestate forse 6.000 persone, gran parte delle quali furono rilasciate subito o poco dopo; i deportati di Trieste sarebbero stati circa 950, dal Goriziano circa 900, dall’ Istria circa 850. ”Non avrebbero più fatto ritorno circa 600 dei deportati di Trieste, 550 di quelli di Gorizia, 570 dall’ Istria, 280 da Fiume. Si trattò di militari e civili, membri dell’ esercito, della milizia fascista, della polizia ….…Perirono purtroppo anche parecchi innocenti”. Ma sono cifre esatte, sia pure per approssimazione ? E’ difficile dirlo. Il 13° corpo anglo-americano il 3 agosto 1945 stillò un rapporto nel quale si indicava in diciassettemila le persone arrestate nell’ area di Trieste dì cui ottomila rilasciate dopo i primi accertamenti, seimila internati soprattutto a Borovnica, tremila uccise. Per il Goriziano la cifra è di tre-quattromila arrestati, metà dei quali rilasciati in giugno. Nessun dato è disponibile per Fiume e l’ Istria .


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 Nel calcolo degli anglo-americani non si fa distinzioni tra militari e civili. Qualche mese più tardi, però, gli stessi alleati ridimensionarono queste cifre e stilarono un elenco di 2.472 persone scomparse, di cui chiesero conto al governo di Tito. La lista fu ufficialmente inoltrata dalla ambasciata italiana alle autorità jugoslave il 23 ottobre 1945 accusando la Jugoslavia di violare l’ articolo 6 dell’ accordo di Belgrado, che prevedeva la liberazione ”dei cittadini italiani della “Zona A” arrestati e deportati ”. La risposta di Tito arrivò il 7 dicembre: l’ elenco era una provocazione, diceva la sdegnata nota di Belgrado, alimentata ”da certi italiani che tentano di ingannare l’ opinione pubblica del mondo” e vogliono scatenare una incredibile campagna politica contro la Repubblica popolare di Jugoslavia”, la quale si rammarica che il governo di Sua Maestà britannica dia tanto credito a chi ha combattuto a fianco del nazismo e del fascismo. La lista fu ufficialmente confutata e respinta al mittente come falsa e infondata.


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A Trieste, nonostante la vulgata generalizzata, le esecuzioni sommarie furono molto limitate (in questa affermazione mi soccorrono anche i ricordi di mio padre), proprio perché la dirigenza jugoslava che aveva sotto controllo la città vigilava in modo che non si svolgessero abusi. Ricordo quanto scrisse lo storico triestino Mario Pacor a proposito del “malcontento operaio” nel maggio del 1945, quando Trieste era sotto amministrazione partigiana jugoslava: “Fu così che agli operai insorti non fu permesso di procedere a quelle liquidazioni di fascisti responsabili di persecuzioni e violenze, a quegli atti di “giustizia sommaria” che invece si ebbero a migliaia a Milano, Torino, in Emilia e in tutta l’ Alta Italia nelle giornate della liberazione e poi ancora per più giorni. “Non ce lo permettono” mi dissero ancora alcuni operai “pretendono che arrestiamo e denunciamo regolarmente codesti fascisti, ma spesso, dopo che li abbiamo arrestati e denunciati, essi li liberano, non procedono”. In questo senso scrisse anche nel 1948, il quotidiano “Trieste Sera”: “a Trieste non avvenne come nell’ Italia settentrionale.


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Niente morti ai margini delle strade, niente uccisioni sulla soglia di casa. Gli arresti o “prelevamenti” avvenivano sulla base di precedenti segnalazioni. La maggior parte degli arrestati ritornavano a casa dopo alcuni giorni di indagini e molti subito. Sarebbe interessante invitare tutti gli arrestati durante i primi giorni di occupazione della città che hanno ripreso immediatamente la loro vita civile e sarebbe interessante vedere quanti di essi erano compromessi col fascismo e col nazismo per giudicare le autorità popolari d’ allora. Circa 2.500 persone vennero arrestate e trattenute, 2.500 su 250.000, dunque l’ uno per cento. Molte di queste ritornarono durante questi due anni e mezzo, ma del loro numero nessuno si occupò di tener conto. Oggi tutti, anche i ritornati, vengono sempre fatti figurare come scomparsi”.


 


 

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