domenica 3 aprile 2016

Altro che “cozze”! Dal “Campo Aquila” abbiamo rischiato un disastro ambientale! - Nel referendum come voteranno i nostri “candidati sindaco”?

Altro che “cozze”!  Dal “Campo Aquila” abbiamo rischiato un disastro ambientale!  - Nel referendum come voteranno i nostri “candidati sindaco”?
   
A pochi giorni dal referendum indetto sulle piattaforme off-shore, gli scandali evidenziati nella gestione del petrolio nazionale interessano, guarda caso, anche le nostre acque e le nostre coste. Quanto riportato dalla stampa, con dovizia di particolari, in merito alla piattaforma “Aquila” posta alla distanza di circa 23 miglia dal porto di Brindisi, ove rispondesse a verità, costituirebbe un’azione di una gravità assoluta; gravità che evidenzierebbe lo spregio e la mancanza di rispetto verso le Istituzioni nazionali e la stessa cittadinanza brindisina.

Del resto, cosi come ebbi a scrivere (30/04/2012) all’allora Presidente del Consiglio Regionale Dott. Onofrio Introna, la piattaforma “Aquila” dell’ENI costituisce l’ennesimo eco mostro pronto ad aggredire il mare, il litorale e la stessa salute umana, senza che questa abbia avuto il vaglio di una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). La medesima nota, in forma di denuncia fu mandata anche alla Commissione europea che rispose prontamente (CHAP(2012)00341) e solo per motivi organizzativi, l’istanza non fu portata a compimento.

Il “Campo Aquila” è costituito da due pozzi estrattivi e da un piattaforma petrolifera dell’ENI, la cui concessione autorizzativa (F.C2.AG.) è stata conferita con D.M. del 19/03/1992 e con scadenza il 25/05/2020. Tale concessione, però, non risulta munita di “giudizio” relativo alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), anche se il rilascio della concessione è successivo alla Direttiva del Consiglio UE 85/337/CE e relativa alla VIA di determinati progetti pubblici e privati; all’allegato II di tale Direttiva, infatti, l’estrazione di petrolio e gas naturale sono soggetti a V.I.A. e sono riportati ai punti f) e g).  Inoltre, la concessione è anche successiva alla Legge 349/86 istitutiva del Ministero dell’Ambiente e che recepisce la richiamata Direttiva 85/337/CE;  anche in ottemperanza a questa legge nazionale la concessione dell’ENI sarebbe dovuta essere corredata da giudizio di VIA.

Nel rifare un po’ la storia della concessione si rileva che il pozzo “Aquila 1” è stato realizzato  nel 1981 (con precedente concessione) ed è risultato mineralizzato ad olio sottosaturo (35°API) , e ad una profondità d’acqua di circa 850 m.; tale pozzo è stato successivamente chiuso. Il termine “sottosaturo” sta ad intendere che la pressione del giacimento è superiore al punto di “bolla”; in questo caso anche la “viscosità” dell’olio è elevata e quindi di scarsa qualità.

Nel 1993 e nel 1995 sono stati perforati i pozzi denominati “Aquila 2 bis” e “Aquila 3” a poca distanza fra di loro (circa 400 m.).  Nel 1998 questi due ultimi pozzi sono stati aperti alla produzione utilizzando l’unità galleggiante “FPSO Firenze” attrezzata con impianti di trattamento e stoccaggio per l’olio prodotto; i due pozzi sono collegati alla nave appoggio attraverso dei collettori (risers) che partono dalla testa dei pozzi.

In questa nave l’olio estratto veniva separato dal gas, veniva stabilizzato e stoccato per essere esportato periodicamente con navi petrolifere, mentre il gas veniva bruciato in fiaccola; la produzione si è assestata a circa 783 mc/g , pari a circa  4500 barili equivalenti al giorno.  La produzione è andata avanti fino all’aprile del 2006 ed è stata fermata a causa di una deformazione sul lato sinistro della nave “FPSO Firenze” e la stessa è stata disconnessa dai pozzi.

E’ bene evidenziare che la nave d’appoggio all’estrazione dei pozzi era a “scafo semplice” e non a “scafo doppio”, come un minimo di accorgimento avrebbe voluto.  Cosa sarebbe successo se la deformazione/spanciamento della nave avesse indotto a rotture ed a perdite di greggio?? Di certo un “disastro ambientale” per le nostre coste!! Ciò per fortuna non è avvenuto ma le pericolose operazioni di disormeggio della nave ed il relativo distacco dei “risers” che collegano la stessa ai due pozzi, sono state autorizzate nel 2006 dalla stessa Direzione di Napoli del Ministero dello Sviluppo Economico e non risulta alcun parere da parte del Ministero dell’Ambiente in merito alla sicurezza delle operazioni e dello svuotamento dei tubi.

Gli interventi di ripristino di quella nave sono risultati antieconomici (sic!!) al punto che la Saipem, per conto ENI, ha acquistato la nave denominata “BETATANK II” , questa volta a “doppio scafo” completo e rinominata “Firenze FPSO”. In questo periodo, fra il 2006 ed il 2007, sono state rilevate sulle spiagge di Brindisi numerose quantità di “olio catramoso” di indubbia provenienza anche se non è del tutto errato ipotizzare che le perdite possano essere derivate dal distacco dei collettori dai due pozzi.

In data 18/11/2010, l’ENI presenta il progetto di riconnessione della nuova nave alle teste sottomarine dei due pozzi e relativo ancoraggio, nonché di autorizzazione all’inizio dei lavori di riconnessione di detta nave; anche in questo caso non risulta alcuna richiesta di autorizzazione al Ministero dell’Ambiente e/o quanto meno una richiesta di procedura di “Verifica preliminare o Screening”.

Con provvedimento del 22/07/2011, il Ministero dello Sviluppo Economico, autorizza l’inizio dei lavori occorrenti alla connessione della nave FPSO e delle attività connesse all’attivazione della coltivazione del “Campo Aquila”; tali operazioni sono state effettuate e concluse in data 11/11/2011 e ciascun pozzo sottomarino è stato collegato alla nave, posta fra i due pozzi, tramite tre condotte (riser di produzione, di servizio per i gas di sollevamento e di controllo dei segnali). 

Con nota del 28/12/2011 il Ministero dello Sviluppo Economico autorizza l’ENI Spa all’esercizio gli impianti offshore di superficie e sottomarini connessi al “Campo Aquila” ed al punto “1” testualmente riporta: “ Adottare tutti gli accorgimenti e le cautele che la tecnica e l’arte suggeriscono al fine di garantire, durante l’attività di coltivazione, la sicurezza interna ed esterna al luogo di lavoro de quo e la tutela dell’ambiente in ogni forma di inquinamento”

Non mi sembra che riportare una proposizione di principio possa equivalere a dare certezze sulla tutela dell’ambiente e di ogni forma di inquinamento, nel momento in cui queste transitano solo ed esclusivamente attraverso una procedura di VIA.

Nella medesima autorizzazione viene anche riportato che: “Al fine della salvaguardia dell’ambiente, dovranno essere osservate le vigenti disposizioni di legge e quelle che saranno emanate dalle Autorità competenti relativamente alla tutela delle acque marine per garantire l’integrità delle risorse biologiche e marine e predisporre i mezzi previsti dal DM 20/05/1982, dandone comunicazione a questo ‘Ufficio ed a Comparare di Brindisi”.
Con nota del 4 gennaio 2012 l’ENI Spa informa gli Enti preposti che alla stessa data è ripresa la produzione del “Campo Aquila”.

In definitiva, dalla documentazione riportata non risulta che vi siano certezze in merito al rischio di inquinamento delle coste brindisine e ciò in virtù della mancanza di Valutazione di Impatto Ambientale e quindi dalla non ottemperanza a due principi cardini della politica dell’Unione Europea nel settore dell’ambiente che sono: il principio di precauzione e dell’azione preventiva ed il principio della protezione dell’ambiente e della qualità della vita. Senza entrare nello specifico, si rileva la sostanziale inottemperanza del “Campo Aquila” a tutta una serie di norme nazionali e comunitarie ed in particolare alla stessa Convenzione sottoscritta ad Aarhus (Danimarca) il 25 giugno 1998 e ratificata dall’Italia con la L. 108/2001, che ha riconosciuto ai Cittadini europei e quindi anche a quelli di Brindisi, un ruolo determinante nelle scelte ambientali.

In definitiva, da quanto riportato nella richiamata richiesta di autorizzazione da parte dell’ENI Spa, non si evincono certezze in merito al fatto che le modalità di estrazione del greggio, attraverso collettori che partano dalla testa dei due pozzi di estrazione, siano tali da garantire la salvaguardia dell’ecosistema marino, delle spiagge, dei litorali, delle attività di pesca e contrastano fortemente con gli obiettivi di sviluppo turistico che si intendono acquisire per la costa posta a Nord di Brindisi.

Ancora di più la grave vicenda delle “cozze” che, nella propria funzione di bioindicatori, sarebbero state sostituite nella fase di monitoraggio delle acque marine prossime alla piattaforma, evidenzia quanto sia sprezzante il rispetto nei confronti del nostro territorio e delle speranze di crescita e di sviluppo che noi tutti traguardiamo sulla costa.  Abbiamo, quindi e da tempo, fra i tanti impianti a “rischio”, anche questa ulteriore “spada di Damocle” pronta a colpire e, proprio in prossimità del voto referendario, sarebbe utile ai Cittadini di Brindisi conoscere in che modo i “candidati sindaco” si esprimeranno nella votazione.  

prof. dott. Francesco Magno

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