Xylella, lo studio di UniSalento: nei territori degli ulivi colpiti temperatura superficiale aumentata di 2,4 gradi
La ricerca pubblicata su “Scientific Reports” analizza gli effetti della trasformazione del paesaggio salentino. Le leccete tra le possibili risposte per recuperare i servizi ecosistemici perduti
LECCE – La scomparsa di vaste superfici di uliveto provocata dall'epidemia di Xylella non ha modificato soltanto uno dei paesaggi simbolo del Salento. Le conseguenze riguardano anche gli equilibri ambientali e climatici del territorio: nelle aree caratterizzate da uliveti sintomatici la temperatura superficiale terrestre è aumentata di 2,4 °C tra il 2006 e il 2022, un incremento che i ricercatori attribuiscono in parte agli effetti dell'epidemia.
È uno dei risultati più significativi di uno studio dell'Università del Salento, pubblicato il 10 agosto sulla prestigiosa rivista internazionale Scientific Reports del gruppo Nature. La ricerca, dal titolo “How to recover the provision of ecosystem services after Xylella fastidiosa outbreak”, porta le firme di Erica Maria Lovello, Donatella Valente e Irene Petrosillo, del Laboratory of Landscape Ecology del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche e Ambientali di UniSalento, insieme a Paula Foradori, dell'Universidad Nacional de Córdoba e del CONICET argentino.
Sedici anni osservati dai satelliti
I ricercatori hanno analizzato l'evoluzione del territorio tra il 2006 e il 2022, utilizzando serie temporali di immagini satellitari e mettendo a confronto quattro differenti tipologie di copertura: uliveti colpiti dalla Xylella e sintomatici, uliveti asintomatici, boschi di pino mediterraneo e leccete.
Due gli indicatori principali presi in considerazione: l'NDVI, utilizzato per valutare lo stato e la densità della vegetazione, e la Land Surface Temperature (LST), cioè la temperatura della superficie terrestre rilevata attraverso osservazioni satellitari.
Ed è proprio da questo confronto che emerge uno dei dati più rilevanti. Nel periodo considerato la temperatura superficiale è aumentata di circa 1 °C nelle leccete e negli uliveti asintomatici, di 1,5 °C nei boschi di pino mediterraneo e di ben 2,4 °C negli uliveti sintomatici. Secondo gli autori, quest'ultimo incremento è attribuibile almeno in parte all'epidemia di Xylella.
Una precisazione importante: parlare genericamente di “temperatura del suolo” rischia di essere impreciso. Lo studio misura infatti la temperatura della superficie terrestre (LST) attraverso dati satellitari, non la temperatura del terreno rilevata direttamente nel sottosuolo.
Il ruolo che avevano gli uliveti
La ricerca mette in luce un aspetto che va oltre la produzione agricola. Gli uliveti salentini costituivano una componente fondamentale dell'ecosistema: la presenza delle chiome e della vegetazione contribuiva alla regolazione termica e al mantenimento di una serie di servizi ecosistemici.
La perdita di quella copertura vegetale ha quindi conseguenze che interessano l'intero funzionamento del paesaggio.
Non si tratta, peraltro, di un filone di ricerca completamente nuovo per il gruppo salentino. Nel 2024 Valente, Lovello, Chirizzi e Petrosillo avevano pubblicato un altro studio sugli effetti multiscala della Xylella sui servizi del paesaggio, evidenziando come la diffusione del batterio dal 2013 avesse profondamente modificato gli uliveti mediterranei pugliesi e la loro capacità di fornire servizi ecosistemici.
Leccete e pini: cosa potrebbe accadere dopo la Xylella
La parte forse più interessante del nuovo lavoro riguarda il futuro. Gli studiosi hanno confrontato la capacità ecologica degli uliveti con quella delle leccete e dei boschi di pino mediterraneo, valutando quale ruolo queste formazioni possano assumere nelle strategie di recupero del territorio.
Le leccete mostrano risultati particolarmente interessanti sul fronte della regolazione termica: nel periodo analizzato l'aumento della temperatura superficiale è stato contenuto intorno a 1 °C, contro i 2,4 °C registrati negli uliveti sintomatici.
Ma da qui a sostenere semplicemente “foreste al posto degli ulivi” il passo sarebbe troppo lungo.
Le conclusioni dello studio sono infatti più articolate. Gli stessi ricercatori affermano che il dibattito sull'opportunità di utilizzare prevalentemente pino mediterraneo o leccio nelle politiche di ripristino post-Xylella resta aperto. La soluzione indicata come probabilmente più efficace è piuttosto una diversificazione del paesaggio, capace di combinare differenti coperture vegetali e recuperare almeno parte delle funzioni ecologiche compromesse.
Un problema che riguarda il futuro del Salento.
Il lavoro dell'Università del Salento aggiunge dunque un nuovo elemento alla discussione sul futuro delle campagne devastate dalla Xylella.
La questione non riguarda soltanto quali colture impiantare al posto degli ulivi perduti, ma quale paesaggio costruire nei prossimi decenni e come restituirgli capacità di mitigazione climatica, biodiversità e resilienza.
Il dato dei 2,4 gradi rappresenta in questo senso un segnale particolarmente significativo: la trasformazione provocata dalla moria degli ulivi è ormai misurabile anche attraverso la risposta termica della superficie terrestre.
Ed è proprio dalla ricerca scientifica che arriva un'indicazione importante: il Salento del dopo-Xylella potrebbe non dover scegliere semplicemente tra ulivi o boschi, ma ricostruire un mosaico paesaggistico più diversificato e capace di resistere meglio alle pressioni climatiche future.
Lo studio scientifico: How to recover the provision of ecosystem services after Xylella fastidiosa outbreak





















